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  • ATTENTI A QUEI DUE: BRITISH O AMERICAN?

    Una famosa citazione da George Bernard Shaw afferma che Stati Uniti e Gran Bretagna sono "due nazioni separate da una lingua comune".  E’ indubbiamente un aforisma acuto e divertente, così come i molti luoghi comuni sulle differenze tra americani e inglesi, tipo quello che dice “Quando un inglese fa qualcosa, è perché l’ha già fatta qualcun altro; quando un americano fa qualcosa, è perché non l’ha ancora fatta nessuno”. Lapidari, umoristici; ma anche veri?
    Se chiediamo a un traduttore che ne pensa della “lingua comune” a cui si riferisce GB Shaw, lo vedremo scuotere il capo in segno di disaccordo. “Abbiamo un testo da tradurre in inglese”. “Sì, d’accordo, ma quale?”. “Come quale?”. “Quale inglese, american o british?”. Ecco.
    E in effetti, tra le due lingue – le due gemelle - esistono molte differenze, soprattutto lessicali, determinate dalle vicende storiche autonome che i due Paesi vivono ormai da secoli. Fin dall’inizio della storia americana, i coloni di provenienza britannica dovettero infatti prendere in prestito parole che non avevano, per definire nuove realtà con cui entravano in contatto. Si trovarono a vivere fianco a fianco con le popolazioni autoctone (tomahawk, canoe, opossum, ecc.), ma anche con parlanti francese (prairie, bureau, ecc.), spagnolo  (vamoose, savvy), o addirittura fiammingo (cookie). Altre parole invece rimasero ancorate a un uso britannico che nel Paese di origine stava trovando altre strade e altre evoluzioni: esempi sono l’americano gotten (participio passato di to get); mad, parola che nell’inglese british è stata sostituita da crazy; o sick, rimasto al suo posto mentre la lingua britannica virava su ill.
    Attualmente, nel mondo della traduzione la scelta fra queste due lingue gemelle è di fondamentale importanza e ogni traduttore professionista deve conoscere e applicare correttamente le sfumature in funzione dei destinatari del suo lavoro.
    In una traduzione a scopo commerciale è necessario esaminare a quale area di mercato ci si sta rivolgendo: tutto facile se i destinatari sono prevalentemente americani o inglesi. Ma se il prodotto o il messaggio hanno un target più ampio o diverso, ci si può regolare nel modo seguente: l’area euro-asiatica chiede l’inglese britannico, per retaggio culturale in Europa e coloniale in Asia. Se ci rivolge invece all’Estremo Oriente (Giappone, Corea, ecc.), all’area extra-Commonwealth o al mercato cosiddetto globale, la scelta va sicuramente verso l’inglese americano.
    Se traduciamo per un sito internet mirando a un pubblico internazionale, l’inglese american sarà ben accolto dai due terzi dei madrelingua, e quindi preferibile. Ma non è così facile: bisogna fare i conti con i motori di ricerca e l’indicizzazione dei termini ai fini del SEO: lo spelling di una parola può aumentare o affossare la visibilità di un sito ricercato su Google & company.
    Se vogliamo distinguere tra aree professionali, il marketing e la pubblicità seguono la “moda” sociale, che guarda all’America; l’austero e colto mondo legale invece richiede che la traduzione di documenti ufficiali segua la terminologia britannica.
    Insomma, sembra facile, caro GB Shaw. Ma “tradurre in inglese” di fatto non lo è.

     

    Chiara Ujka

    Marketing - TDR S.r.l.